Dal mare di Pratoranieri la Maremma sembra tutta pianura, pinete e colline basse. Ma se si guida verso sud-est per un paio d’ore, oltre Grosseto e Manciano, il paesaggio cambia di colpo: la terra diventa rossa e gialla, le valli si stringono in gole profonde, e i paesi stanno in bilico sopra rupi a strapiombo, costruiti con la stessa pietra su cui poggiano. È l’Area del Tufo, e le sue tre capitali sono Pitigliano, Sovana e Sorano.
È la gita più lunga che proponiamo ai nostri ospiti, e una delle più belle. In questa guida vi raccontiamo come vedere le tre città del tufo in una giornata partendo da Follonica: Pitigliano e il suo quartiere ebraico, le Vie Cave scavate dagli Etruschi, Sovana con la Tomba Ildebranda, Sorano con la sua fortezza. In fondo ci sono i consigli pratici e le domande che ci fanno più spesso.
Come arrivare da Follonica
Da Pratoranieri a Pitigliano ci sono circa 130 chilometri, poco meno di due ore di macchina. Si prende l’Aurelia verso sud fino a Grosseto, poi si lascia la costa e si sale verso l’interno per Montiano e Manciano, fino alla strada regionale Maremmana che porta a Pitigliano. Tra i tre paesi le distanze sono brevi: da Pitigliano a Sovana sono circa 8 chilometri, da Sovana a Sorano circa 10.
Il giro che consigliamo è questo: Pitigliano la mattina, Sovana e la sua necropoli per pranzo e nel primo pomeriggio, Sorano verso sera. Da Sorano a Pratoranieri si torna in poco più di due ore. È una giornata piena, quindi partite presto.
Il tufo, la pietra che spiega tutto
Il tufo è una roccia vulcanica, lasciata dagli antichi vulcani che circondano il lago di Bolsena. È tenera, si taglia con facilità e una volta all’aria indurisce. Per questo, da tremila anni, chi vive qui scava invece di costruire: gli Etruschi ci ricavarono strade, tombe e altari, nel Medioevo le rupi si riempirono di case, cantine e stalle, e ancora oggi sotto molti paesi c’è un secondo paese fatto di grotte.
Le valli sono profonde perché i torrenti, il Lente, la Meleta, il Fiora, hanno scavato il tufo per millenni. I paesi stanno in alto, sui pianori tra una gola e l’altra, protetti da pareti verticali che valevano più di qualunque muro.
Pitigliano, la Piccola Gerusalemme
La prima immagine di Pitigliano è quella che tutti conoscono: le case alte e strette che proseguono la rupe verso il cielo, come se fossero cresciute dalla roccia. Arrivando dalla strada di Manciano, poco prima del paese, fermatevi al belvedere vicino al santuario della Madonna delle Grazie: è da lì che si vede meglio.
Sulla rupe c’era già un centro etrusco. Il paese compare nei documenti nel 1061, sotto i conti Aldobrandeschi; alla fine del Duecento il matrimonio tra Anastasia, erede degli Aldobrandeschi, e Romano Orsini portò la contea agli Orsini, che fecero di Pitigliano la loro capitale e la difesero per secoli da Siena, da Orvieto e poi da Firenze. Nel 1604 passò al Granducato di Toscana. Oggi è tra i Borghi più belli d’Italia.
All’ingresso del paese si notano le arcate dell’acquedotto mediceo, sospese sopra il vuoto, cominciato nel Cinquecento e completato nel secolo dopo. Poco più avanti c’è Palazzo Orsini, la vecchia rocca degli Aldobrandeschi trasformata in residenza dagli Orsini, con un intervento di Antonio da Sangallo il Giovane: nel cortile c’è un pozzo rinascimentale con gli stemmi della famiglia, e all’interno il museo diocesano e il museo archeologico. In piazza della Repubblica, la piazza principale, c’è la Fontana delle Sette Cannelle, della metà del Cinquecento. Più in là, il duomo dei Santi Pietro e Paolo, con il campanile che nella parte alta conserva il tufo medievale e, dentro, due grandi tele del pittore maremmano Pietro Aldi.

Il quartiere ebraico e la sinagoga
Pitigliano è chiamata la Piccola Gerusalemme. Nel Cinquecento, trovandosi vicino al confine, accolse sotto la protezione degli Orsini gli ebrei cacciati dallo Stato della Chiesa, e la comunità crebbe fino a contare circa cinquecento persone su seimila abitanti, ben inserita nella vita del paese. Nel Seicento, sotto i Medici, gli ebrei della zona furono costretti a vivere nel ghetto.
Il cuore del quartiere è la sinagoga, costruita nel 1598 e restaurata nel 1995, con l’Aron sulla parete di fondo, la tevà al centro e il matroneo in alto. Sotto, scavati nel tufo, si visitano il bagno rituale, il forno delle azzime, la macelleria e la cantina kasher, la tintoria. È uno dei luoghi più toccanti della Toscana, anche perché racconta una convivenza durata secoli: durante la Seconda guerra mondiale molti ebrei di Pitigliano si salvarono nascosti nelle campagne grazie ai vicini, e diverse famiglie del paese sono state riconosciute Giusti tra le Nazioni. Il sabato, giorno di riposo ebraico, la sinagoga di norma è chiusa: tenetene conto nel programma.

Prima di ripartire, entrate in un forno e chiedete lo sfratto: un dolce lungo come un bastone, ripieno di miele, noci, scorza d’arancia e spezie. Il nome ricorda il giorno in cui, per ordine del granduca Cosimo II, i messi bussarono con un bastone alle porte degli ebrei per farli trasferire nel ghetto. Da bere, il Bianco di Pitigliano, il vino DOC di queste colline, spesso affinato in cantine scavate nella roccia.
Le Vie Cave, le strade degli Etruschi
Tra Pitigliano, Sovana e Sorano corre una rete di strade che non somiglia a nient’altro: le Vie Cave, che qui chiamano anche cavoni. Sono sentieri scavati dagli Etruschi nel tufo, dentro trincee strette con pareti che in alcuni punti superano i venti metri di altezza. Collegavano i paesi e le necropoli e servivano anche a difendersi; in epoca romana entrarono nel sistema di strade che si collegava alla via Clodia.

Camminarci dentro è un’esperienza strana: la luce arriva dall’alto, l’aria è fresca anche d’estate, le pareti sono coperte di muschio e di felci, tra cui il capelvenere. Attorno a Pitigliano ce ne sono diverse, come la via cava di San Giuseppe, quella di Fratenuti e quella del Gradone, dove c’è anche il museo archeologico all’aperto Alberto Manzi. A Sovana le più note sono il Cavone e la via cava di San Sebastiano. Bastano anche solo venti minuti di cammino per capire di cosa si tratta. Mettete scarpe chiuse: il fondo è irregolare e dopo la pioggia può essere scivoloso.
Sovana, il borgo di un papa
Sovana è piccolissima: una strada principale, una piazza, qualche vicolo, il duomo in fondo. Eppure è stata una città etrusca e romana, sede di un vescovo già nel V secolo e capitale della contea degli Aldobrandeschi. Qui nacque Ildebrando di Sovana, che divenne papa con il nome di Gregorio VII. Poi vennero i Senesi, i Medici, le epidemie: nel 1702 a Sovana vivevano ventiquattro persone. Il borgo è rinato nel Novecento grazie alla sua archeologia.

Entrando si passa accanto ai ruderi della rocca aldobrandesca, costruita attorno all’anno Mille sopra le mura etrusche. La piazza del Pretorio, con il suo pavimento di mattoni, è una delle più belle della Maremma: ci sono il Palazzo Pretorio con la loggia del Capitano, il Palazzo dell’Archivio con l’orologio, il Palazzo Bourbon del Monte e la chiesa di Santa Maria Maggiore, che conserva un ciborio del IX secolo e affreschi del Cinquecento. In fondo al paese, isolato tra i cipressi, c’è il duomo romanico, con i capitelli scolpiti con scene della Bibbia e la cripta di san Mamiliano.
La necropoli e la Tomba Ildebranda
Appena fuori dal paese, sui poggi di tufo, ci sono le necropoli etrusche, oggi nel Parco archeologico Città del Tufo. La tomba più famosa è la Tomba Ildebranda, del III-II secolo avanti Cristo: un intero tempio con il colonnato, il podio e le scalinate, scolpito direttamente nella roccia. La scoprì Gino Rosi nel 1924 e le diede il nome del papa nato a Sovana. Sotto, un lungo corridoio scende alla camera funeraria, trovata già vuota.

Non perdete la Tomba della Sirena, nella necropoli di Sopraripa: sulla facciata c’è il defunto sdraiato a banchetto, sorvegliato da due demoni. Il nome è sbagliato, e la cosa ha il suo fascino: nel fregio non c’è una sirena, ma il mostro marino Scilla che affonda una nave. Nel 2004, accanto alla Ildebranda, è stata scoperta anche la Tomba dei Demoni alati. Per l’area archeologica serve il biglietto; controllate prima aperture e percorsi visitabili.
Sorano, la fortezza sulla rupe
L’ultimo paese è il più scenografico. Sorano sta su una rupe di tufo sopra la valle del fiume Lente, con le case che scendono a gradoni fino al bordo del vuoto. Arrivandoci verso sera, con la luce bassa sul tufo, capirete perché l’abbiamo lasciato per ultimo.

A un’estremità del paese c’è la Fortezza Orsini, completata nel 1552 su progetto di Anton Maria Lari sul luogo della vecchia rocca degli Aldobrandeschi. Ha un mastio centrale e due bastioni dedicati a San Marco e a San Pietro, in onore di Venezia e di Roma, le due città a cui gli Orsini erano più legati, e ospita il museo civico. All’estremità opposta c’è il Masso Leopoldino, la rocca più antica: tra il 1801 e il 1804 una serie di frane della rupe fece decine di morti e distrusse una chiesa, e il nome viene dal granduca che pagò i lavori per salvarlo. Dalla sua terrazza si vede tutto il paese.
Tra le due fortezze c’è il borgo, con via Selvi, la Porta dei Merli che scende verso il fiume e il vecchio ghetto ebraico. Se vi resta voglia di camminare, non lontano c’è Vitozza, un villaggio rupestre di oltre duecento grotte abitate fino alla fine del Settecento: ma è una gita a sé, da tenere per un’altra volta.
Consigli per la giornata
- Partite presto. Con quattro ore di strada tra andata e ritorno, il tempo per i paesi è prezioso.
- Portate qualcosa di caldo. I paesi del tufo stanno tra i duecento e i quattrocento metri, l’aria è più fresca che al mare e in autunno piove più spesso che sulla costa.
- Scarpe chiuse per le Vie Cave e per le necropoli, dove si cammina su sentieri e scalini di tufo.
- Orari e biglietti della sinagoga, dei musei e del Parco Città del Tufo cambiano con le stagioni: controllateli prima di partire.
- Al ritorno la strada passa non lontano da Saturnia. Se avete ancora energie e il costume in macchina, le acque calde delle Cascate del Mulino sono una fine di giornata perfetta: ne parliamo in Terme libere in Toscana.
La stagione migliore? Per noi la primavera e l’autunno, quando il caldo non pesa e i colori del tufo si accendono. In autunno, poi, le colline intorno sono un via vai di trattori, prima per la vendemmia e poi per le olive.
Domande frequenti
Quanto ci vuole da Follonica a Pitigliano?
Circa 130 chilometri, poco meno di due ore di macchina, passando per l’Aurelia fino a Grosseto e poi per Montiano e Manciano.
Si possono vedere Pitigliano, Sovana e Sorano in un giorno?
Sì, perché tra un paese e l’altro ci sono meno di un quarto d’ora di strada. Con una partenza presto c’è tempo per i tre centri storici, la sinagoga, la Tomba Ildebranda e un tratto di via cava. Per Vitozza e le altre Vie Cave serve un’altra giornata.
Cosa sono le Vie Cave?
Sono strade etrusche scavate nel tufo, chiuse tra pareti che in alcuni punti superano i venti metri. Collegano Pitigliano, Sovana e Sorano e le loro necropoli, e si percorrono a piedi.

La sera, tornando verso la costa, la Maremma ridiventa piatta e le rupi restano negli occhi. Due ore dopo siete di nuovo a Pratoranieri, con l’odore del mare al posto di quello del tufo bagnato. Se la gita vi ha fatto venire voglia di altra storia etrusca, la prossima volta restate più vicini: a mezz’ora da noi c’è Populonia, la città etrusca sul mare. E se cercate un altro parco dove la natura ha avuto la meglio, c’è il Parco della Maremma.
Foto di apertura: Pitigliano vista da sud, con il duomo e le case sulla rupe di tufo. Foto di Virtual-Pano, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.